Fotogiornalismo di guerra e memoria visiva: il caso de l’<i>Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo</i>
DOI:
https://doi.org/10.15160/1826-803X/3211Parole chiave:
guerra, fotogiornalismo, antropologia visiva, atlante delle guerre, studi sulla paceAbstract
Questo articolo analizza il ruolo del fotogiornalismo di guerra contemporaneo attraverso un’analisi comparativa di tre progetti fotografici: Afghana di Giuliano Battiston, Quando la guerra non finisce di Christian Tasso e Alessio Romenzi, e Aleppo, la porta della pace di Matthias Canapini. Inquadrato nel contesto dell’Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo, lo studio indaga come la fotografia funzioni come strumento critico per la documentazione, la memoria collettiva e la resistenza politica. Adottando una metodologia qualitativa che integra interviste semi-strutturate con analisi visive e iconografiche, questo contributo esamina l’azione del fotografo e il rapporto negoziato con i soggetti. L’analisi va oltre un semplice approccio celebrativo alla “fotografia impegnata”, affrontando la tensione teorica tra realtà e rappresentazione. Incorporando riflessioni sull’etica dello sguardo e sulla decostruzione degli spettacoli visivi mainstream, il contributo evidenzia come il “giornalismo lento” e specifiche scelte estetiche - come l’uso della luce naturale e del bianco e nero - servano a restituire soggettività a individui spesso emarginati dalle narrazioni egemoniche. In definitiva, il lavoro dimostra come il fotogiornalismo contemporaneo, quando fondato su un rigoroso quadro antropologico ed etico, rimane uno strumento essenziale per costruire una memoria visiva stratificata e consapevole dei conflitti contemporanei.
